Afghanistan | La guerra infinita.
Fotografie di Francesco Cito
Dal 31 ottobre 2026 al 13 giugno 2027 il MITAG Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto ospita "Afghanistan. La guerra infinita", mostra del fotoreporter Francesco Cito, a cura di Gigliola Foschi.
Le fotografie di Cito raccontano i due momenti cruciali del conflitto in Afghanistan: l'inizio della resistenza all'invasione sovietica del 1980 e il ritiro dell'Armata Rossa nel 1989, quando i guerriglieri afghani, sostenuti dagli aiuti finanziari e dalle armi fornite da Stati Uniti, Pakistan e Arabia Saudita, costringono il gigante sovietico alla ritirata, aprendo la strada a una successiva e sanguinosa guerra civile. Una "guerra infinita", tra le cui macerie sono nate l'instabilità e il fondamentalismo che ancora oggi caratterizzano il paese.
Francesco Cito è tra i primi reporter a raggiungere clandestinamente l'Afghanistan occupato dalle truppe sovietiche nel 1980. Attraversa di nascosto il confine con il Pakistan e si unisce ai mujahideen, con cui percorre 1.200 chilometri a piedi attraverso le montagne per evitare le strade controllate dai sovietici. Le sue immagini documentano l'inizio della resistenza: una guerrilla improvvisata, legata alle tradizioni locali e priva di armi moderne. Gli scatti, pubblicati sulla rivista "Life", diventano famosi in tutto il mondo.
Nel 1989 Cito torna in Afghanistan per "Il Venerdì di Repubblica" per documentare il ritiro dell'Armata Rossa, muovendosi nella zona di Kandahar. Il suo obiettivo registra una profonda trasformazione: gli improvvisati guerriglieri del 1980 sono ormai divenuti combattenti esperti e ben armati, all'interno di un panorama in cui gli aspetti tradizionali della cultura afghana hanno ceduto il passo alla militarizzazione. Le fotografie restituiscono un paese ridotto alla fame e saturo di armamenti occidentali e sovietici, catturato proprio nel momento in cui la lotta di liberazione contro l'occupante si tramuta nella sanguinosa guerra civile che devasterà l'Afghanistan negli anni successivi.
Il percorso espositivo presenta 39 stampe fotografiche di vario formato in bianco e nero e a colori, con ingrandimenti fino a 100x70 cm e una parete scenografica wallpaper, articolate attorno a due momenti chiave: la prima spedizione di Cito nel 1980 e il suo ritorno in Afghanistan nel 1989. A corredo della narrazione visiva, sono esposti beni e documenti materiali del conflitto selezionati direttamente dalle collezioni del Museo Storico Italiano della Guerra, che offrono un riscontro tangibile e storico alle testimonianze del reportage.
«Attraverso le mostre fotografiche e tematiche, il museo rinnova il proprio impegno nell'allargare lo sguardo verso il pieno Novecento e i conflitti più vicini a noi, le cui conseguenze impattano direttamente sulle vicende politiche contemporanee», dichiara Francesco Frizzera, direttore del MITAG. «La scelta di lavorare sull'Afghanistan va oltre l'indiscussa qualità del lavoro di Cito come fotoreporter: risponde alla visione del museo come luogo di discussione e confronto sui conflitti, uno spazio in cui analizzare le motivazioni dei combattenti, il peso delle scelte politiche e l'impatto umano e culturale delle guerre sulle popolazioni civili e sul paesaggio. Muovendo da un reportage di assoluto rilievo artistico e testimoniale, la mostra offre un rigoroso taglio storico che contestualizza la vicenda nel panorama politico dell'epoca e ne analizza le ripercussioni a lungo termine, restituendo una narrazione di rilevanza storica oggi poco presente nel panorama museale italiano».
«Considerato uno tra i migliori fotogiornalisti italiani, Cito vive con questi guerriglieri, si sposta insieme a loro tra battaglie e villaggi distrutti, attraversa valli e montagne. Il suo intento è raccontare non solo l’invasione da parte di quella che era considerata allora la seconda potenza militare del mondo, ma soprattutto la tenace resistenza dei mujaheddin, la loro vita quotidiana, i loro valori. Il suo obiettivo è costruire una narrazione visiva scevra di giudizi precostituiti, capace di entrare in profondità in un mondo che si può comprendere solo nel tempo e fotografare stando al loro fianco fino a risultare quasi invisibile. Le sue immagini si mantengono fedeli a tre valori fondamentali: una vicinanza costruita nel tempo, giorno dopo giorno; un rispetto privo di pregiudizi; il desiderio di capire un mondo e una guerra lontani da noi: comprenderli e mostrarli anche nei loro aspetti contraddittori, nelle loro pieghe più perturbanti. Un mondo dove la fede nell’Islam, il dovere dell’ospitalità, della condivisione e del rispetto per i più anziani, si coniugava con una violenza e una guerra priva di ogni remora etica nei confronti dei sovietici, visti come invasori e inaccettabili “infedeli”», sottolinea la curatrice Gigliola Foschi.
Oltre al valore fotogiornalistico, la mostra guida il visitatore alla comprensione delle radici profonde del dramma afghano. I testi e i materiali esplicativi approfondiscono il contesto della Guerra Fredda, il fallimento dell'operazione lampo dell'URSS e la pesante eredità lasciata sul territorio, prima fra tutte la piaga delle mine antiuomo PFM-1 (dette "mine farfalla" o "pappagalli verdi"). Lanciate a migliaia dagli elicotteri sovietici, queste armi di plastica colorata vennero tragicamente scambiate per giocattoli da generazioni di bambini, trasformando l'Afghanistan nel paese con il più alto numero di mutilati al mondo. Il percorso accenna infine alle evoluzioni successive della regione, compreso il tentativo dello stesso Cito nel 1998 di intervistare Osama bin Laden prima che i bombardamenti americani bloccassero la missione.
FRANCESCO CITO (Napoli, 1949)
Fotografo, fotoreporter e giornalista tra i più autorevoli del panorama internazionale, noto per i suoi reportage di guerra e vincitore di due premi World Press Photo: uno per il celebre racconto sull'articolata e complessa realtà dei matrimoni napoletani e l'altro per il reportage sulle tensioni e il fascino del Palio di Siena. Nel 1980 è tra i primi reporter a raggiungere clandestinamente l’Afghanistan occupato dalle truppe sovietiche; nel 1989 vi ritorna per documentare il ritiro dell’Armata Rossa. Oltre al contesto afghano, ha documentato la guerra del Golfo (1990-91), i conflitti nei Balcani, la condizione del popolo palestinese nei territori occupati, la Napoli della camorra e la subcultura punk a Londra.
A cura di
Gigliola Foschi
Prodotta e realizzata da
MITAG Museo Storico Italiano della Guerra
Con il contributo di
Provincia autonoma di Trento
Comune di Rovereto
Cassa Rurale Alto Garda Rovereto
Preparazione dei materiali
Davide Zendri, Marco Leonardi Scomazzoni
Allestimento e assistenza tecnica
Reinhold Stimpfl, Andrea Taddei
Progetto grafico
Designfabrik - Alessio Periotto
Comunicazione
Margherita Delmonego
Origami Videography
Segreteria organizzativa
MITAG Museo Storico Italiano della Guerra
Partner Tecnico
Cantina d’Isera
Ingresso compreso nel biglietto del MITAG