Father and daughter

di Michaël Dudok de Wit

Un pallido cielo di nuvole di cotone.

Una musica tradizionale francese.

Un uomo, grande, e una bambina, piccola. Vicini. Uno accanto all’altro.

Una passeggiata in bicicletta.

Due ruote anteriori. Una dentro l’altra.

Un percorso.

Una salita.

La cima pianeggiante di una collina.

Tre pioppi.

Una piccola pausa.

Una barca.

Un abbraccio, lungo e forte.

Un addio.

L’orizzonte.

Lo stupore.

Un uccello che attraversa la scena e vola via.

Il ritorno verso casa.

Ecco la prima scena del cortometraggio Father and daughter realizzato nel 2000 dall’olandese Michaël Dudok de Wit. Di lui abbiamo già parlato in riferimento al lungometraggio La tartaruga rossa, di qualche anno successivo.

Dura pochissimo – un minuto e trentotto secondi -, questa prima scena di Father and daughter, ma quello che ‘straborda’ dalla pellicola e arriva allo spettatore è profondissimo: uno struggimento che ciascuno ha provato, prima o poi. Una fuga o un simbolico distacco: un genitore che lascia la sua bambina adorata per un orizzonte che non si conosce, ma si intuisce. Un abbraccio e tutto l’affetto materiale di una vita svanisce, traghettato da una barca che si allontana su un mare d’acqua.

Non resta che aspettare. E così fa la piccola protagonista di questo sofisticato cortometraggio. Aspetta e ritorna. Puntuale, ritorna sul luogo dell’addio. Perché forse, il papà torna. Forse quell’affetto si può nuovamente provare.

Passano le stagioni, trascorrono gli anni. La bambina, diventa ragazza, donna, si sposa, ha dei figli e invecchia. Sola. Aspetta. E ritorna. Puntualmente. Continuamente. Nulla la ferma: il vento, la pioggia, il buio, le forze che cominciano a mancare. Nulla la sottrae all’appuntamento con la speranza. Lei torna sempre lì, in cima alla collina, vicino ai tre pioppi, dove giace un ricordo, una memoria mai spenta.

Otto minuti di disegno animato che fanno venire la pelle d’oca. Il segno è grosso, nero, sporcato di marrone, a momenti di ocra scuro. La presenza è quella dei toni cupi che immergono ancora di più in un’atmosfera intima, immediatamente empatica con la giovane protagonista. A volte appare come una figurina nera ritagliata su uno sfondo piatto e chiaro, leggermente acquerellato. Alte volte, i corpi dei personaggi sono restituiti con un forte tridimensionalità, a ricordare la loro presenza sulla Terra, il loro abitare il mondo individualmente, con forza.

Stile, tecnica, montaggio: molti elementi visivi portano alla tradizione dei primi cortometraggi animati. Non solo l’assenza di parole. Forse per dire allo spettatore che si sta parlando di un fatto che è sempre esistito: è sempre accaduto, nella notte dei tempi, che i genitori lascino o debbano lasciare i loro cari. I motivi possono essere vari, ciò che lascia questo distacco però è sempre lo stesso sentimento: dolore, mancanza, assenza. Certo, si può andare avanti, comunque. Si può farsi una vita, comunque. Si può divertirsi con le amiche, comunque. Si può amare, comunque. Ma un pezzo di sé manca. E anche se la ruota della bicicletta – o della fortuna – gira, si rimane lì, vicino a quei tre pioppi… a quel ricordo, per sempre.

Vedi il cortometraggio

E poi capita, per caso, di ritrovarsi per le mani un libro illustrato e scritto da Lorenzo Mattotti, Altrove, per Nuages edizioni nel 2008. Un caso fortuito. Due opere artistiche che attraversano paesaggi simili - colline, alberi imponenti, corsi d’acqua e argini, linee e sinuosità - tracciati con un segno altrettanto similare, inchiostro e pennello a stesure ampie (Dudok de Wit ci aggiunge anche la delicatezza dell’acquerello). Solo che in uno, nel cortometraggio, il colore è praticamente assente, nell’altro riempie così tanto l’occhio che tutto inonda.

Due percorsi, con ogni probabilità, indipendenti tra loro, ma entrambi partiti da un tema: lo sgomento per un’assenza, per una mancanza, di una figura paterna tanto amata da una parte, di una consapevolezza personale e artistica dall’altra. Due mondi espressivi che, casualmente, accostati aumentano a vicenda le loro potenzialità comunicative, dicendoci che l’ ‘altrove’ si può guardare in faccia.

redazione
parte di: ANIMA

16/04/2021