"Epoche. Capolinea dei miti"

Al teatro Sociale di Trento un pubblico attento ha seguito Mario Isnenghi nella terza "Lezione di storia"   

[ Roberto Bertolini]

«Non solo gli eventi bellici, gli armamenti e le battaglie. Nella prima guerra mondiale fu strategico il ruolo dei miti, una componente che guarda più ai sentimenti che alla ragione». Così Camillo Zadra, provveditore del Museo italiano della Guerra di Rovereto, ha introdotto la terza "Lezione di storia" del ciclo Laterza, che ha veduto protagonista questa mattina in un Teatro sociale di Trento affollato, lo storico e professore Mario Isnenghi.

L'incontro, intitolato “Epoche. Capolinea dei miti”, prende le mosse dal libro forse più conosciuto di Mario Isnenghi, “Il mito della grande guerra: da Marinetti a Malaparte”, pubblicazione che risale al 1970 e ristampata nel 2014 nella quale l'autore passa in rassegna riviste dell'epoca, cartoline, fogli interventisti, ma soprattutto i diari di trincea e la letteratura sulla guerra e in questa sterminata produzione ricostruisce gli atteggiamenti di molti intellettuali ed i simboli che essi attribuivano alla guerra. Marinetti, Malaparte, Gadda, D'Annunzio, Soffici, Jahier, Malaparte, solo per citare i più conosciuti: nei loro scritti bellici si ritrovano sentimenti e ideologie, che presentano di volta in volta la guerra come “igiene del mondo”, momento rigeneratore per l'umanità, o, addirittura, antidoto alla lotta di classe.

Dietro l'entrata in guerra dell'Italia c'è dunque uno "scontro di miti". Questa la tesi di Isnenghi. Già da alcuni anni prima dell'entrata in Guerra – spiega - un gruppo di giovani intellettuali discuteva sulla rivista fiorentina “La Voce” su come riorganizzare un'Italia che «non ci piace», come nelle parole di Amendola. Quella generazione degli anni '80 dell'800, di cui faceva parte anche Benito Mussolini, inneggiava ai miti del fare, della giovinezza, dell'Irredentismo e si ritrovava a dibattere attorno alla figura del Pareto. Ma il mito che comprende e riassume tutti gli altri è infine quello della guerra. Dentro a questa galassia di intellettuali che sostengono l'interventismo si trova un po' di tutto: dai nostalgici che vogliono tornare all'ancient regime a Marinetti, che inneggia al futuro e alla velocità.

C'è dunque un fronte di motivazioni molto eterogenee che sta dietro alla richiesta di entrata in guerra, accomunate dall'idea diffusa che poi, una volta in armi, ciascuna nazione potrà avere il proprio tornaconto.

Nella congerie di sentimenti e di opinioni di quei convulsi momenti, c'è spazio anche per cambi radicali d'idea. Basti pensare alla Germania, un mito di modernizzazione e di efficientismo per gran parte della classe di governo italiana, che passa in poco tempo dall'essere modello cui ispirarsi all'essere dipinta come terra dei nuovi barbari, secondo i triviali meccanismi della propaganda.

Altri miti che si affastellano nel tourbillon della propaganda dell'epoca sono quelli della pace fra i popoli o del socialismo internazionale. Oppure, secondo Benedetto Croce e gran parte del mondo cattolico, quello del "buon cittadino", il cittadino suddito che delega la scelta alla buona coscienza dei governanti.
Poi vi sono miti che sono in realtà figure in carne ed ossa: a partire da Cesare Battisti, punto di riferimento degli irredentisti o Benito Mussolini, direttore del Popolo d'Italia, prima oppositore della guerra e poi suo più acceso sostenitore (oltre che a sua volta punto di riferimento di giovani socialisti come Gramsci e Terracini), senza dimenticare Gabriele d'Annunzio, eroe dai toni ora epici ora melodrammatici e gran cantore delle ragioni della guerra.

Anche l'età di Giolitti, a suo modo, diventa un mito: momento di progresso ma “senza avventura”, simbolo di un’“Italietta” che non sa rischiare e per questo non piace ai d'Annunzio e ai Marinetti e a chi vorrebbe un Paese “maschio”.

Isnenghi, fedele al suo stile, cita diari e corrispondenze private dei tempi della guerra. In quegli scritti, spiega lo storico, si ritrovano i sentimenti ed i pensieri che contribuiscono a spiegare molte ragioni e dinamiche sociali della guerra.

Fra quelle righe si percepisce anche perché i neutralisti benché fossero netta maggioranza nel Paese, non riuscirono a farsi sentire: «non vanno in piazza». Alfredo Panzini, romanziere molto letto allora, nel suo “Diario sentimentale della guerra” parla della percezione della "piccola gente apolitica” e fa affiorare preoccupazioni e dubbi molto lontani dai toni propagandistici. Però, a voler cercare della letteratura neutralista, si troverà poco. L'unico libro di questa foggia, spiega Isnenghi, è “I due imperi mancati” di Aldo Palazzeschi, che però esce postumo, a guerra finita.

Infine una riflessione sulla figura di Cesare Battisti, centrale per Isnenghi. Nelle memorie di Ardengo Soffici, emerge la dimensione di mito che Battisti aveva per i socialisti suoi contemporanei. Quando arrivò ad un comizio a Firenze – scrive Soffici - «fu come se fosse arrivata una bandiera di riscossa, ci stringemmo attorno a lui scaldarci (...) Tutto di lui ispirava coscienza pura ed un destino fatale (...) La sua parola virile, l'impero della sua passione italiana, furono tali da scatenare la passione dell'uditorio».

Roberto Bertolini

19/10/2015